La via cristiana alla guerra giusta

Jean Bethke Elshtain, l’eminente studiosa dell’University of Chicago morta lo scorso mese all’età di 72 anni, era una donna minuta che veniva da una piccola città del Colorado e che divenne un gigante nel campo della filosofia politica. Acquisì la sua fama non attraverso il conformismo alle ortodossie dell’accademia moderna, ma fornendo spesso ragioni inequivocabili per respingerle. In un milieu dominato dal secolarismo, abbracciò la fede religiosa divenendo infine cattolica. Sfuggendo il femminismo radicale degli anni 70, rifiutò l’aborto in quanto comportava l’interruzione di una vita umana innocente e difese il matrimonio in quanto normativo della condotta sessuale. di Robert George
19 AGO 20
Immagine di La via cristiana alla guerra giusta
Jean Bethke Elshtain, l’eminente studiosa dell’University of Chicago morta lo scorso mese all’età di 72 anni, era una donna minuta che veniva da una piccola città del Colorado e che divenne un gigante nel campo della filosofia politica. Acquisì la sua fama non attraverso il conformismo alle ortodossie dell’accademia moderna, ma fornendo spesso ragioni inequivocabili per respingerle.
In un milieu dominato dal secolarismo, abbracciò la fede religiosa divenendo infine cattolica. Sfuggendo il femminismo radicale degli anni 70, rifiutò l’aborto in quanto comportava l’interruzione di una vita umana innocente e difese il matrimonio in quanto normativo della condotta sessuale.
Di tutte la sue eresie accademiche, in ogni caso, nessuna era tanto irritante per i colleghi di Elshtain quanto il suo sostegno all’azione militare aggressiva contro le organizzazioni terroristiche e, una decina di anni fa, la difesa della guerra in Iraq. Avendo scritto di politica e moralità della guerra fin dall’inizio della sua carriera negli anni 70, Elshtain insisteva sul fatto che il conflitto dell’America con al Qaida non fosse una questione di applicazione delle leggi internazionali, come qualcuno affermava. Era una guerra.
I terroristi, e gli stati che li sostengono, non sono semplicemente impegnati in attività criminali; sono i nostri nemici – allo stesso modo nel quale erano nostri nemici la Germania nazista e il Giappone imperiale nella Seconda guerra mondiale. Come scrisse nel suo libro del 2003 “La guerra giusta contro il terrore: l’onere del potere americano in un mondo violento”: “Al nostro grande potere corrisponde una ancor più grande responsabilità, quella di rispondere alle grida di aiuto di chi è ferito. Le vittime di genocidio, ad esempio, hanno la ragionevole aspettativa che le nazioni più potenti e attente ai diritti umani fermino la mano degli assassini”.
Ciò non significava che la forza sia sempre giustificata, o che non si applichi alcuna legge. Elshtain credeva, essendone una delle interpreti principali, nella tradizione nota come “teoria della guerra giusta”. (segue dalla prima pagina)
Questa tradizione non propone il pacifismo – cioè la visione per la quale l’uso della forza è privo di giustificazione in quanto tale. Al contrario, la teoria della guerra giusta afferma che in caso di aggressione ingiustificata le nazioni abbiano a volte il dovere di usare la loro forza militare. Sono anche obbligate a combattere con ogni mezzo legittimo per vincere – per sconfiggere il nemico e porre fine alla sua aggressione.
La visione della guerra di Elshtain era pienamente in linea con la sua visione generale della politica come un affare moralmente serio. Qualsiasi azione militare dovrebbe essere orientata all’avanzamento del bene pubblico e all’istituzione dei principi di giustizia e dei diritti umani.
Dato che Jean era una mia amica e assidua collaboratrice, negli ultimi tempi mi è stato chiesto più di una volta: cosa avrebbe detto Jean Elshtain della Siria? Avrebbe sostenuto la proposta del presidente Obama di lanciare attacchi limitati per punire il regime di Assad per l’uso di armi chimiche? O si sarebbe opposta alla posizione del presidente – sia perché l’Amministrazione non è riuscita a fornire motivazioni abbastanza solide per i principi della guerra giusta, sia perché questi attacchi “chirurgici” per punire il regime senza però distruggerlo sono una punizione troppo lieve per la sua tremenda violazione dei diritti umani? Non lo so e non voglio tirare a indovinare. Ma di certo Elshtain non avrebbe accettato l’idea isolazionista che l’uso di gas o di altri mezzi usati per uccidere innocenti non sia affare dell’America. Lei riconosceva che essere una nazione potente e prosperosa implicava enormi responsabilità morali che trascendevano i suoi confini fisici.
Per i teorici della guerra giusta ciò non significa che gli Stati Uniti siano “il poliziotto del mondo”. Non significa neppure che la forza militare sia sempre il mezzo adatto per proteggere i diritti umani, e nemmeno che siamo sempre giustificati nell’imporre con la forza quello che riteniamo, a ragione, un principio fondamentale di giustizia. Significa però che dovremmo, quando possibile lavorando assieme ad altre nazioni amanti della libertà, fare ciò che possiamo in modo prudente per prevenire omicidi di massa da parte di coloro che George W. Bush ha accuratamente descritto, dopo l’11 settembre, come gli agenti del male. Elshtain riconosceva, a ogni modo – come hanno fatto i teorici della guerra giusta ritornando a sant’Agostino attraverso i papi moderni – che anche quando la forza è usata per una giusta causa ci sono requisiti aggiuntivi che devono essere soddisfatti. In particolare nel dibattito attuale essi includono la probabilità di migliorare, e non di peggiorare, la situazione per le genti siriane e per altre potenziali vittime di tiranni crudeli o di violenti estremisti. Un’altra preoccupazione è la “proporzionalità” – la necessità che il danno collaterale causato in modo inevitabile dall’uso della forza non sia tanto grande da rendere l’impiego della forza sproporzionato e non equo per gli innocenti coinvolti. I giudizi su ogni caso particolare dipenderanno da una attenta valutazione empirica dei fatti. La colpa, a ogni modo, è il cinismo – qui definito come il fallimento nel gestire la politica, e la guerra, come una questione moralmente rilevante.
Per Elshtain, sia i democratici sia i repubblicani sono obbligati a mettere da parte la preoccupazione politica riguardante la possibilità che i loro voti proteggano o danneggino il presidente Obama. I legislatori devono deliberare sull’uso della forza considerando le questioni di merito. Anche lei sarebbe però veloce nel notare che lo stesso obbligo morale vale per il presidente.
di Robert George*
(Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di MF/Milano Finanza. Traduzione di Sarah Marion Tuggey)
*Il professor Robert George è il più influente intellettuale cattolico americano. E’ l’architetto delle battaglie culturali della Conferenza episcopale americana. Il giudice della Corte suprema, Antonin Scalia, ha detto che George è “il pensatore di cui si parla di più nei circoli giuridici conservatori”.